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L' inquadramento dell' Ipovisione
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Quando si parla di lavoro sociale, inteso nella
sua globalità, bisogna riferirsi ad un lavoro sociale come "lavoro vivo e
concreto" e alla configurazione di interventi come "interventi alla
persona".La parola "sociale", è una parola carica di
significati, tanti, troppi, e spesso paradossalmente esprime il niente, il
vuoto.Gli operatori sociali conoscono bene questa contraddizione, ma è anche
vero, contemporaneamente, che il lavoro sociale evoca sempre di meno
l’assistenzialismo, si sta trasformando e va ormai inserito in una prospettiva
più ampia.Anche nelle più recenti analisi socio-economiche si parla del lavoro
sociale come "lavoro vivo e concreto", che produce, cioè un valore
simbolico e materiale riferito alla persona.E’ un lavoro "vivo"
perché si realizza nel rapporto con l’altro, perché si riferisce alla
soggettività dellÕaltro e mette in gioco la propria, perché rigenera energie
fisiche e psichiche, va incontro ad attese e bisogni, produce trasformazioni in
altre persone, senza garanzie di successo immediato e duraturo.Il lavoro sociale
è anche un lavoro "concreto", è una prestazione di attività
immediata, al di là dei risultati si innesca e risponde al bisogno degli
individui e nelle relazioni che essi hanno con il mondo: è un’azione concreta
e viva.Per quanto riguarda l’altro aspetto del sistema socio-assistenziale;
gli interventi come "interventi alla persona", gli ultimi decenni
hanno determinato un’espansione delle attività di servizio, da cui la
definizione della società odierna come società di servizi. Lo stato
assistenziale, nato nel secondo dopoguerra, s’impegna, infatti, ad estendere
beni e servizi a tutti i cittadini ma ha in sè la contraddizione, interna al
suo stesso sistema, dell’irrealizzabilità dell’impegno.Molti studi e
ricerche hanno ormai dimostrato come se c’è stato, comunque un elevamento
delle condizioni socio-assistenziale rispetto al passato ciò non è dovuto alla
realizzazione di uno stato assistenziale bensì alla compresenza, di un po’ di
"pubblico", di un consistente "privato", di un ancor più
consistente "lavoro familiare", di lavoro di "SELF – HELP"
(auto aiuto), di volontariato, di gruppi di giovani, associazioni.E tutto ciò
riguarda particolarmente la Calabria, dove il poco pubblico è quasi inesistente
e dove in particolare modo si è sviluppato tutto il settore informale
dell’assistenza. Società dei servizi, allora, in senso esteso, ma società
dei servizi anche come richiesta di servizio, espressa ormai da tutti i gruppi
sociali.L’autoaffermazione, l’autorealizzazione, valori che caratterizzano
il sistema sociale odierno, spingono nello stesso tempo, l’individuo a
richiedere più "cura di sé" mettendo contemporaneamente in moto una
presa a carico"diffusa". Gli elementi informatori della identificazione dei ruoli dovrebbero essere:
d)Affrontare nella prassi l’adozione di metodologia e comportamenti orientati al soggetto, anche attraverso la programmazione e la verifica della efficacia degli interventi.Il bisogno di relazioni integrate a livello di gruppo e di spazio di vita, esige il superamento delle attuali difficoltà di integrazione, definite di volta in volta di "uscita dal ruolo", o di "rifiuto dalla propria utenza", da parte degli operatori, e la ricerca dell’integrazione orizzontale tra servizi nella programmazione.Necessario e quindi, individuare processi di autovalorizzazione tramite la valorizzazione delle persone servite e la conoscenza dei loro bisogni reali e delle loro risorse; ciò implica due esigenze : a)superare il condizionamento derivante dalla "prima immagine" dei casi e costituire un rapporto (da un "oggetto" da assistere ad un "soggetto che ha una storia"); b)favorire la circolarità operatore - soggetto\utente di modo che il ruolo si combini di valenze "soggettive" e di valenze oggettive: le prime agiscono rispetto al ruolo specifico dell’operatore ed al suo coinvolgimento diretto. Nell’intervento per la prevenzione di stati di emarginazione e per la ricostituzione del sistema di relazione dei soggetti, utenti, l’operatore sociale mira ad individuare gli aspetti specifici dei singoli casi collegandoli in termini di rappresentatività all’ambito di determinazione dei problemi di emarginazione; mira, inoltre, ad evitare i rischi connessi ad un intervento che agisce nei sistemi di interazione in cui il soggetto è coinvolto per non strutturare dipendenza ma autonomia e valorizzazione.Si potrebbe obiettare che esistono intere categorie a cui non possono essere spiegati il metodo e le modalità dell’intervento. Prendiamo il caso dei polihandicappati non è forse vero che, per forza di cose, tali persone possono essere solo soggetti e non partecipanti all’intervento? A nostro avviso questa è invece una categoria di utenti nei cui riguardi bisogna essere più, non meno, scrupolosi, proprio perché non sono pienamente in grado di consentire al servizio sociale,nei riguardi di queste persone è facile usare un approccio paternalistico (o peggio), specialmente se non hanno nessuno che protegge i loro interessi. Quale che sia la natura dell’handicap, la dignità della persona va sempre rispettata.In secondo luogo, anche quando i portatori di handicap, adulti o bambini che siano, non capiscono il perché delle azioni altrui, l’approccio comportamentistico può tuttavia aiutarli a migliorare la qualità della loro vita, in quanto mira a massimizzare le loro capacitˆ dando loro maggiore scelta. I benefici di insegnare all’handicappato come lavarsi da sè, vestirsi, prendere l’autobus ecc. potranno sembrare modesti ma non di meno importanti. Ad un altro livello si possono insegnare anche altri tipi di comportamento, ad esempio l’autocontrollo, che facilitano la comunicazione e l’interazione con gli altri.La chiarezza dell’approccio è particolarmente indicata per il lavoro sociale con portatori di handicap mentale perché costoro più di altri hanno bisogno di sapere esattamente così è che ci si aspetta da loro. Usando un approccio triadico (Ente (Assistente sociale - Genitore\bambino) un assistente sociale potrebbe benissimo insegnare ai genitori come insegnare a mangiare, a vestirsi ecc. al figlio handicappato. La tecnica specifica è quella del concatenamento, si parte da un’analisi del comportamento che si vuole insegnare. Lo si divide nelle sue componenti elementari in modo da poter poi insegnare a rafforzare ciascun anello della catena fino ad arrivare all’ultimo e, quindi, al comportamento desiderato.Oppure si può cominciare dall’ultimo anello e procedere a rovescio e insegnare le azioni necessarie per arrivare a quel punto; per esempio, si può cominciare dal punto in cui una persona ha già il cappotto addosso e insegnarli come indossarlo (concatenamento retrogrado). Per far ciò, l’operatore dovrà cominciare con l’aiutare l’utente a compiere le serie di azioni o "microcomportamenti" che compongono il comportamento, rafforzandone la prima volta solo l’ultima, poi le ultime due e così via. La lista di microcomportamenti da imparare sarà lunga per un bambino poco abile, meno per uno più abile.Programmi di questo tipo sono solitamente svolti da operatori di altre professioni, ad esempio da infermieri ma, nel caso di un portatore di handicap che abita in famiglia, l’assistente sociale potrebbe essere l’unico con cui l’utente e i suoi parenti, vengono a contatto. Ci sembra, comunque, che l’assistente sociale dovrebbe sapere come intervenire nel modo migliore, o almeno sapere dove informarsi, in casi del genere.Va detto, infine, che struttura e coerenza sono elementi importanti nella vita di una persona handicappata. Il fatto che questi due elementi facciano parte dell’approccio comportamentistico è un motivo in più per raccomandare tale approccio a un servizio sociale mirato ad aumentare la capacità di partecipazione alla vita normale.
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